@Re_Censo #329 Il Priorato dell’Albero delle Arance | #LASETTADEILIBRI

Il Priorato dell’Albero delle Arance
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Oggi torniamo a vestire i panni della Setta dei Libri per la lettura di aprile 2020. Iniziamo!

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Il libro di cui parliamo oggi è “Il Priorato dell’Albero delle Arance“, sesto libro de La Setta dei Libri, è scritto da Samantha Shannon, per Mondadori Oscar Vault, 2019.
Costo incredibile di 26€, che mi sarei probabilmente risparmiato e mi fa male doverlo dire, visto che mi piace molto il genere fantasy. Non sto dicendo di aver letto tutto il fantasy che c’è in giro, è impossibile, ma è il mio genere preferito.

@Re_Censo #329 Il Priorato dell'Albero delle Arance | #LASETTADEILIBRI Samantha Shannon

Samantha Shannon, è nata nel 1991 a Hammersmith, Londra e già all’età di quindici anni scriveva e studiava letteratura  e lingua inglese.
Con la casa editrice Bloomsbury Publishing, ha firmato un contratto per sette libri, di cui tre sono già usciti, mentre il libro di oggi, “Il Priorato dell’Albero delle arance“, è il libro più lungo che abbia scritto e ci ha messo più di tre anni per poterlo realizzare.
Di lei non si sa molto altro, se non che è molto presente su Instagram.

Il Priorato dell’Albero delle Arance” è un fantasy che alcuni definiscono high fantasy, altri un low fantasy.
Io sinceramente preferisco non mettere troppe etichette ad un prodotto di fantasia, ed è forse anche per questo che gli Adepti  ancora ridono per il fatto che io ci abbia visto qualche traccia di steampunk moderato. Ma il bello del confronto è proprio questo! Quindi, grazie!

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La storia è presto detta.
A differenza di Brooks e di Tolkien, o addirittura della Rowling, la creatura di Shannon prevede uno scenario nel quale i personaggi si apprestano a vivere il loro quotidiano e sono poi trascinati in altro. Brooks ha personaggi predestinati, perché legati alla magia, Tolkien ha personaggi con una missione e la Rowling è ancora predestinato, proprio e anche per le regole che ha dato alla magia.
La Shannon non è così: nel suo romanzo, i personaggi vivono la loro vita e nel mentre, gli eventi si stagliano per dipanarsi e coinvolgere i personaggi, non sempre per predestinazione, ma per scelta.

In senso orario, partiamo dal Reginato di Inys.
Il punto di vista è quello di Ead, una ragazza che vive a corte, dal passato misterioso e che ha una missione, cioè quella di proteggere la Regina della casa Berethnet e nel mentre deve nascondere la sua natura di maga, membro del Priorato dell’Albero dell’Arancio, posto nel meridione.
Perché? Perché una minaccia incombe da mille anni ed è il ritorno del Senza Nome, un potente drago dell’ovest e a fermarlo è forse il destino della famiglia regnante, i cui capostipiti si dice abbiano sconfitto e posto in esilio il Drago e con lui i suoi seguaci.

Nel Libero Stato di Mentedon, nel continente a Ovest, si svolgono numerosi fatti del passato più prossimo di alcuni personaggi e vi si nasconde invece l’identità di altri.

A Seiki, isola retta dal Signore della Guerra, oltre il Mare e l’Abisso, luogo di esilio del Senza Nome, si vive in continua quarantena per limitare i contagi del morbo draconico.
Vivere lì è difficile, claustrofobico e abbiamo due voci, che sono quella di Tané, una ragazzina senza famiglia che si sta addestrando per combattere come Cavaliere di Draghi, draghi dell’est, legati all’acqua. L’altra voce è un uomo di una sessantina d’anni, Niclays Roos, ex medico, ex alchimista, ex un sacco di cose e messo lì in esilio dalla Regina Sabran per essersi preso gioco di lei.

Oltre Seiki vi sono i Regni dell’Impero dei Dodici Laghi, nel quale sono ancor più considerati i Draghi dell’est, talmente tanto che per gli umani sono degli dei, che intrecciano le loro vite, per scelta, con alcuni prescelti, a partire dall’Imperatore e dalla sua casata, predestinata.

Scendendo con la lancetta dell’orologio, ritorniamo a Ovest, saltiamo a pié pari l’Ersyr perché è solo un luogo di passaggio per alcuni personaggi e andiamo così nel Dominio di Lasia, dove vive il Priorato e attorno a lui le uniche realtà politiche consapevoli della sua esistenza e che con il Priorato condividono la stessa fede, definita eretica dal nord e soprattutto dal Reginato che considera figura fondante delle Sei Virtù, il loro Re Galian Berethnet. Il Priorato invece lo considera un bugiardo e traditore, perché ha profittato della Madre, Cleolind, che fondò il Priorato stesso, considerato unica e sola barriera di difesa del mondo dagli attacchi dei Wyrm e dei loro signori, i Grandi dell’Ovest e il loro capitano, il Senza Nome.

A concludere troviamo il Regno di Yscalin, da pochi anni passato sotto il controllo draconico, abbandonando le Virtù del Cavalierato e quindi la religione di Galian Berethnet e quindi prima grande minaccia nei confronti del Reginato di Inys.

L’ultimo punto di vista, che è uno di quelli che viaggia di più, senza però avere predestinazioni, legami con la magia o con i draghi, è Lord Arteloth, discendente di Betulladorata, nel Reginato e volente o nolente se ne va in giro per il mondo.

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Apparentemente tutti questi luoghi e personaggi parrebbero lontani e distanti tra loro, inconciliabili. E così sembra inizialmente. Ognuno vive le proprie vite, crescendo nelle proprie convinzioni, col proprio credo, perseguendo i propri obiettivi. È quindi percorrendo ognuno la propria strada, che le strade di ognuno si incrociano.

Nel raccontare, Samantha Shannon ha la capacità di creare un meraviglioso impianto mitologico e narrativo. Per la prima volta, per quanto mi riguarda, una storia fantasy incrocia i draghi non solo come creature pericolose e distruttive, il Senza Nome con i Grandi dell’Ovest e i Wyrm in generale, ma anche come creature che hanno scelto di vivere con gli umani in una comunicazione psichica, i Draghi dell’Est, visti addirittura quindi come dei.
Lo sviluppo della tematica religiosa è quindi alla base della vicenda, perché dietro di questa si nasconde la verità di tutto il precedente, di tutto l’antefatto, di ciò che è accaduto quindi secoli prima.

Così come, anche il tema della magia considerata come forza neutra che cambia e muta in base a chi la detiene, per me è un fattore in parte già visto e che, da appassionato, mi ha interessato moltissimo. Era dal Variante apparso nel Ciclo del Demone, di Terry Brooks, che non la ritrovavo. Certo è differente e qui infatti è vista come quella magia che prescinde da chi la utilizza, perché strettamente legata all’arcano sistema che muove il mondo.
La magia è quindi della terra e del fuoco, il Siden, che si esprime attraverso gli Alberi, il più noto è quello delle Arance, che non fa altro che alimentare il fuoco stesso di chi ne mangia. Ma poi troviamo anche l’Albero di Gelso, che dona al primissimo che ne mangia, la lunga vita. E l’Albero di Biancospino, il quale ha donato la lunga vita alla Strega di Inysca e rafforzato il suo Siden.
E poi abbiamo lo Sterren, la magia delle stelle e dell’acqua, legato al ciclo e al passaggio della Cometa che genera e influenza così il potere dei Draghi dell’Est, i Draghi Lacustrini.

Si introduce qui anche il concetto di Primosangue, che però non si approfondisce e non si capisce se è legato alle persone che per prime si sono cibate degli alberi, quindi Neporo, Cleolind e Kalyba o se fa riferimento ad altro.

Come anche si da una grandissima profondità stilistica ai popoli delle varie terre, attraverso non solo gli usi e costumi, alle tradizioni e alle fedi, ma direi soprattutto attraverso i nomi propri. Ne prendo alcuni ad esempio: Ead, Eadaz du Zāla uq-Nāra, molto meridionale, medio-orientaleggiante quasi. Oppure Chassar, stesso legame col deserto e le oasi. Neporo invece, come Kanperu, Panaya, Orisima, nomi dell’est, legati a qualcosa di nipponico. Al nord invece troviamo nomi dai sapori germanici, Antor, Brilda, Edvart, altre invece più anglosassoni come Tallys, Seyton, Kitston, Katryen, Marke.
Insomma, una rosa stupenda di suoni e sapori, come anche per quello che mangiano e come le pietanze sono differenziate, che ci aiutano subito a scendere nella regione di provenienza e quindi a capire di chi si sta parlando, superata la prima difficoltà, a inizio lettura, che è un po’ comune a tutti i fantasy quando questi ci costringono ad abbandonare i nostri punti di geolocalizzazione cui siamo abituati, disorientandoci.

Se questi sono per me i punti positivi di questo romanzo, devo guardare per forza il rovescio della medaglia che, inevitabilmente, è legato ad aspetti già visti.
Questi possono essere, come ho detto, l’assenza di una vera e propria e approfondita spiegazione sulla magia, sulla distinzione di Siden e Sterren, quindi sulla natura delle due magie e dei due obbrobri e corruzioni che hanno dato vita ai Grandi dell’Ovest e ai Lacustrini.
Così come anche ho detto, alla natura reale degli Alberi e dei Primisangue. Al fatto che ci sono spiegoni con flashback, poco approfonditi anche questi, in momenti nei quali si spezza completamente il ritmo e la tensione narrativa. Come è stato sottolineato anche dagli altri Adepti, c’è stata ben poca maniera di approfondire tutto il regno a Est e quindi l’Impero dei Dodici Laghi.

Se interessante è stato sondare la reazione di alcuni personaggi alla scoperta delle reali condizioni del mondo e delle verità traballanti su cui si sostenevano e su cui si basava il loro rango, dall’altro lato alcuni comportamenti sono quasi borderline e indifferenti, come se la storia e il corso degli eventi non li influenzasse. Prendiamo ad esempio il personaggio di Niclays Roos, che, allontanato dal suo amore, allontanato dai suoi affetti, costretto in terra straniera, non ha un attimo di ripensamento, se non sulla fine, fine che in realtà non è un’occasione di riscatto vera e propria, seppur ne concluda la parabola meglio che ad altri personaggi, perché almeno è investigato e raccontato, a differenza di Sabran e di Ead, di punto in bianco piazzate assieme in maniera poco organica, naturale, ma quasi forzata, oppure come la condizione pregressa di Tané, che sin dall’infanzia ha vissuto con un bozzo sul fianco e non se n’è mai interessata e noi non abbiamo mai saputo della sua presenza, se non come semplice cicatrice.
Non viene raccontato neanche l’addestramento sostenuto da Ead e Tané nell’uso delle Gemme e persino il ritrovamento di Ascalon, molto mitologico, molto fantasioso, è fin troppo poco sostanzioso. Perde tutta la credibilità e la connotazione mitica e mitologica avuta sino a quel momento.

Nel mio solito modo di lanciare piccoli temi per scuotere interesse e discussione, voglio concludere la mia riflessione su quel che penso io del genere fantasy, legato al libro in questione.

Il Fantasy è un modo col quale ci si estranea completamente dal mondo reale cui facciamo parte. E lo si fa anche con una certa prepotenza, trasportandoci in un mondo diverso, con regole diverse, in mondi e geografie diverse. Ma è anche vero che se, proprio per antonomasia, il fantasy ha si delle regole, è anche giusto che non si lasci troppo incasellare.
Può far parte di correnti, sottogeneri e quant’altro, differenziarsi per degli aspetti, dei riferimenti o meno, ma il fantasy è tale perché fantastico, nato dalla fantasia più o meno sfrenata, più o meno irrefrenabile.
Quando spendo 26€ di libro e mi si presentano 771 pagine di storia, con le sue belle premesse e le sue allusioni mistiche, magiche, con tutto un suo impianto mitologico, io mi aspetto che la scrittrice, arrivata ad un certo punto, sappia tenere in mano tutti i fili e abbia la capacità di sostenere, tramite i personaggi e le loro azioni, tutto questo impianto, fino a giungere alla sua giusta conclusione.

Invece arriviamo, purtroppo, alla Sesta Parte, Le Chiavi dell’Abisso, capitolo 66 in poi, dove ogni cosa ha iniziato a prendere una piega, gli eventi si sono messi in marcia, non c’è quasi più nulla da spiegare, e quindi tutto precipita rapidamente sul finale, finale nel quale lo scontro tra le forze riunite di gente che prima si dava dell’eretico a vicenda, devono affrontare il nemico per eccellenza del racconto, il Senza Nome, cui viene dato troppo poco spazio, non sa mantenersi sulla scena e il combattimento stesso è un saltare di posizione in posizione, di personaggio in personaggio, di azione in azione, talmente repentino che non si riesce a seguire. Il concitamento che viene espresso a parole, non rispecchia la scena raccontata, che risulta nebulosa, effimera.

Per mille anni si è tenuto a tramandare il punto esatto in cui Cleolind ha allentato una delle scaglie del Senza Nome, un po’ come gli antenati di Bard con Smaug, ma poi non si tramandano altre informazioni essenziali in una storia fatta di miti, fatta di segreti familiari, di ascendenze, discendenze ed eredità.

Tante belle premesse, un impianto che riesce a estraniarti e che ti da il giusto materiale per sospendere il giudizio e quindi creare un patto di illusione col lettore, che vien man mano sempre meno, sparendo di pagina in pagina.
Persino messi così, i fatti non spiegano il perché chiamare il libro il Priorato dell’Albero delle Arance, visto che poi lo abbiamo visto due volte, Cleolind ne mangia si un frutto, ingabbia con Neporo il nemico, fonda si il Priorato, ma alla fin fine non è neanche protagonista della battaglia finale che dovrebbe anzi essere il suo scopo precipuo.

Insomma, ci sarebbe tanto altro da dire e lo dimostrano le discussioni portate avanti di step in step e persino alla fine della diretta, tra noi Adepti. Di mio ho voluto, come sempre, metter lì alcuni aspetti e spero possiate portarne altri anche voi Recensiani, se avete letto il libro!

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Pubblicato da Re_Censo

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