@Re_Censo #485 Le notti bianche | #LASETTADEILIBRI

Le notti bianche
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Oggi torniamo a vestire i panni della Setta dei Libri per la seconda lettura di due di dicembre 2021. Iniziamo!

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Questo mese, con La Setta dei Libri, abbiamo letto “Le notti bianche“, edito da Edizioni San Paolo, collana Buc 2020, la cui traduzione mi ha soddisfatto, non l’ho trovata lontana dal sapore avuto con letture mie del passato, ma non me ne intendo e non so in effetti la differenza con altre traduzioni.
Comunque, brossura piccina piccina, dal costo di 5,90 €, scritto ovviamente da Fëdor Dostoevskij.

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Fëdor Michajlovič Dostoevskij è nato a Mosca l'11 novembre 1821, in una nobile famiglia, da un padre dispotico e autoritario e da una madre, invece molto religiosa, che gli insegnerò a leggere, facendogli conoscere Aleksandr Sergeevič Puškin, Vasilij Andreevič Žukovskij e la Bibbia. 

Nel 1828, padre e figli sono iscritti nell'albo d'oro della nobiltà moscovita e nel 1831 Fëdor si trasferisce con la famiglia a Darovoe nel governatorato di Tula.


Nel 1834, insieme al fratello Michail, entra nel convitto privato di L.I. Čermak, a Mosca e tre anni dopo, la madre, da tempo ammalata di tisi, muore, il che farà trasferire i due giovani a San Pietroburgo, entrando nel convitto preparatorio del capitano Kostomarov per sostenere gli esami d'ammissione all'istituto d'ingegneria. Il 16 gennaio 1838 entra così alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo, dove studia ingegneria militare, nonostante i suoi interessi siano già orientati verso la letteratura.
L'8 giugno 1839 il padre viene ucciso e Fëdor, all'età di 17 anni, ebbe il suo primo attacco di epilessia. Le crisi saranno un costante compagno per tutta la sua vita. Due anni dopo viene ammesso al corso per ufficiali e promosso poi sottotenente. In quel periodo la povertà lo circonda e il denaro che riesce a guadagnare, non gli basta mai.
Il 12 agosto 1843 Fëdor si diploma e nell'agosto 1844 dà le dimissioni, lasciando il servizio militare e tra la povertà e la salute cagionevole, comincia a scrivere il suo primo libro, "Povera gente" (Bednye Ljudi) e pubblicato nel 1846. Già in questo fuoriesce il tema della produzione successiva: la sofferenza per l'uomo socialmente degradato e incompreso. Dostoevskij scrive poi "Il sosia" (Dvojnik), storia di uno sdoppiamento psichico e poi, in una sola notte, scrive "Romanzo in nove lettere" (Roman v devjati pisem). Scrive anche racconti su varie riviste, tra i quali i romanzi brevi "Le notti bianche" (Belye noči) e "Netočka Nezvanova".

Il 23 aprile 1849 viene arrestato per aver partecipato a società segreta con scopi sovversivi e traghettato in galera, nonostante la sua partecipazione fosse solo come incuriosito uditore e il 16 novembre, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati.
La morte sfiorata lo segnerà molto, tanto da ritrovarne gli effetti anche in "Delitto e castigo" e ne "L'idiota".
Il 24 dicembre viene deportato in Siberia, per poi essere rinchiuso il 17 gennaio nella fortezza di Omsk. Nella esperienza da recluso, matura una delle sue opere più crude e sconvolgenti "Memorie dalla casa dei morti", in cui varie umanità degradate vengono descritte come personificazioni delle più turpi abiezioni morali. Nel febbraio del 1854 Dostoevskij è liberato dalla galera per buona condotta e dovrà scontare il resto della pena servendo nell'esercito come soldato semplice. In questo periodo gli è anche vietata ogni pubblicazione.
Nel 1857 sposa Marija Isaeva, vedova trentatreenne di un alcolista e madre di un bambino di nome Pavel.
1859, congedato dall'esercito, ottiene il permesso di rientrare nella Russia europea stabilendosi a Tver', il capoluogo più vicino a San Pietroburgo. Nel 1861 scrive "Umiliati e offesi" e ripristina i suoi rapporti con l'intelligentia pietroburghese. Nello stesso periodo, insieme al fratello, fonda la rivista Vremja (Il tempo) sulla quale Dostoevskij pubblica "Memorie dalla casa dei morti" e "Umiliati e offesi" nel 1861, "Un brutto aneddoto" nel 1862 e "Note invernali su impressioni estive" nel 1863.

Il 15 aprile 1864 muore la prima moglie e il 10 luglio muore anche il fratello Michail, che gli lascia enormi debiti. Nel 1865 compie un viaggio in Europa per risollevare le proprie difficoltà economiche, giocando disperatamente alla roulette, peggiorando così la propria situazione. Cerca di sposare la sua intima amica Apollinarija Suslova, che però lo rifiuta.
Nel 1866 inizia la pubblicazione, a puntate, del romanzo "Delitto e castigo". Conosce una giovane e bravissima stenografa, Anna Grigor'evna Snitkina, che sposa nel 1867 a San Pietroburgo, partendo con lei nuovamente in Europa. Nei casinò tedeschi il gioco d'azzardo lo travolge, perdendo tutto il suo denaro. Di passaggio a Firenze, comincia a scrivere L'idiota.
Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vive solo tre mesi e questo dramma lo coinvolge tanto da farlo diventare un altro tema dei suoi scritti. Nel 1869 nasce la seconda figlia, Ljubov' (in russo, "amore") e pubblica il romanzo breve "L'eterno marito". Nel 1870 lavora intensamente al romanzo "I demoni", rinnegando definitivamente il proprio passato di libero pensatore nichilista e nel 1871 nasce il terzo figlio, Fëdor, e Dostoevskij rinuncia una volta per tutte al vizio del gioco.

Torna finalmente a San Pietroburgo e affronta i suoi creditori. In questi anni stringe amicizia con il filosofo Vladimir Solov'ëv. Nel 1875 nasce il figlio Aleksej, che morirà prematuramente il 16 maggio 1878 in seguito a un attacco di epilessia e nello stesso anno è eletto membro dell'Accademia delle Scienze di Russia, nella sezione lingua e letteratura.
Nel gennaio del 1879 inizia sulla rivista "Russkij vestnik" la pubblicazione de "I fratelli Karamazov", il suo canto del cigno, romanzo più voluminoso e forse più ricco di drammaticità e di profonda moralità. Il romanzo fu accolto con enorme favore e la stesura continuò con lunghe pause. In autunno termina "I fratelli Karamazov", e a dicembre esce in 3000 copie l'edizione in volume. In pochi giorni metà della tiratura è venduta.

Muore improvvisamente, in seguito a un repentino aggravarsi del suo enfisema, il 28 gennaio 1881 a San Pietroburgo, nello stesso appartamento dove ora si trova il museo di San Pietroburgo a lui dedicato.
Prima di morire, Dostoevskij vuole salutare i suoi figli e chiede che la parabola del figliol prodigo venga letta ai bambini nel loro futuro percorso educativo, con la quale lo stesso scrittore lascia ai suoi figli la presa di coscienza finale sulla sua vita e del suo intero percorso.

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Le notti bianche, apparso per la prima volta nel 1848 sulla rivista “Annali patrin. 12 è un’opera giovanile dell’autore e prende il titolo dal periodo dell’anno in cui la Russia del nord, San Pietroburgo compresa, vede il tramonto dopo le ore 22.

Protagonista è un giovane sognatore, così si identifica da solo, che non riesce a dormire e decide di uscire di casa per passeggiare, quando incontra una ragazza e la aiuta a difendersi da un balordo. Proprio questo incontro con la giovane, risveglia in lui un sentimento d’amore che non pensava di poter provare, lui timido e impacciato.

La ragazza, diciassettenne, si chiama Nasten’ka e resasi conto di essere al sicuro con lo sconosciuto ragazzo, iniziano a chiacchierare sul lungofiume.

Il tempo è scandito in quattro notti e i due si aprono a vicenda l’un l’altro, allontanandosi, nel racconto, dalla realtà, soprattutto nel racconto di lui, intriso di fantasie, molto tetro e illusorio a differenza di lei che sembra essere più presente a se stessa e alla sua vita privata.
Nonostante il racconto di lei abbia effettivamente meno spazio, sembra invece essere più protagonista, perché è sulla sua condizione e sui suoi bisogni che la narrazione prosegue e investe anche l’azione del giovane che così viene coinvolto direttamente e si lascia coinvolgere per non rivelare i suoi sentimenti alla giovane.

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Gli incontri notturni diventano una promessa che si fanno, per continuare a conoscersi e così anche rompere con la routine quotidiana e le regole fisse ricevute, soprattutto dalla nonna di lei. Così conosciamo molti retroscena della vita privata di Nasten’ka e di come e perché effettivamente si trovasse, una ragazza nubile da sola, a quell’ora, per strada.

Il racconto, quindi si alterna tra i due e mostra anche come sia la situazione del ragazzo, che si dice appunto un sognatore, uno incapace di amare e di vivere, tanto che il tempo sembra scorrergli attorno e lui non se ne rende neanche conto, perché la sua paura più grande, quella di rimanere solo, lo blocca e gli impedisce di fare diversamente.

Ma Nasten’ka ha altre mire e nel suo modo di fare così leggero, fresco, femminile, ammalia il giovane, che si illude delle sue moine e se ne innamora. Non passano neanche due giorni, che è follemente cotto di lei, mostrandoci così come siano volubili i loro sentimenti e come, anche a breve distanza, cambino repentinamente, quasi senza senso, quasi senza coerenza, in un turbinio emotivo che appartiene forse più all’età adolescenziale e al contesto storico, nel quale l’amore deve esser presente, per riuscire a lenire il dolore di un matrimonio imposto, di comodo, e non scelto liberamente. Eppure, nonostante ciò, troppo esaltato, troppo facile al cambiamento.
E in tutto questo, il protagonista si ritrova coinvolto in un cambiamento emotivo, di alti e bassi che normalmente inchioderebbero chiunque, ma che lui sa mettere da parte, fino a esplodere.

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Ciò che accade ha del crudele, dell’assurdo e rientra perfettamente in quel dolore delle relazioni che racconta e racconterà l’autore anche più avanti. Un tema quindi struggente, carico di aspettative, che illude i personaggi, come i lettori, facendo credere che tutto si sistemerà, ma che poi smonta tutto e tutti, fa crollare il mondo e le sue convinzioni, sotto i piedi del protagonista, ma anche crollano tutte le certezze acquisite in questo dipingere di alti e bassi, nel lettore.
Il protagonista, abbattuto, abbandonato, non può far altro che riprendere a vagare in una città che non lo conosce, in un mondo che non lo attira, mentre attorno a lui tutto scorre, cambia e si evolve, per poi finire con il consolidare l’idea della solitudine che lo arrocca nelle proprie convinzioni, lasciandogli spazio per vivere solo nel sogno, dove, da sognatore, ha il potere unico e irripresentabile di poter riuscire a condurre una vita vera, dignitosa, lontana dal male e dalla annientante solitudine in cui si sente stretto e destinato.

Nonostante quindi l’uscita di scena di Nasten’ka, l’autore ci mostra il suo protagonista che vaga, che si fa nuovamente scorrere tutto addosso, come se la vita non potesse offrirgli nulla, per poi dipingere un momento di lucida beatitudine, come di felicità che riesce a farlo rinsavire, una specie di prolungamento dell’incantesimo del suo sogno, che continua a illuderlo, ma attorno a lui il tempo e il mondo sono andati avanti. E l’illusione lo tiene in pugno.

 

Nonostante questo finale poetico, ma incredibilmente struggente e disarmante, la storia è, forse proprio per questo, incredibilmente coinvolgente, richiama il lettore in prima persona a una introspezione formidabile, per interrogarlo e interrogarsi sul tipo di vita che porta avanti, su cosa costruisce, come prosegue il suo percorso e se questo è effettivamente vero e reale, o stia accadendo illusoriamente solo nella propria testa. Quindi, proprio per questo, un racconto formidabile, nonostante la crudezza del finale e il sentore che lascia addosso, è di un incanto incredibile e sembra proprio non voler lasciare fuori posto nulla di intentato, affinché il lettore ne esca come da un crogiuolo, purificato.

E mi auguro che ad ognuno di noi si presenti sempre l’occasione di questo tipo di introspezione e di presa di coscienza. Vi aspetto nei commenti, qui sotto, ditemi la vostra, cosa ne pensate, cosa vi è piaciuto, cosa vi sareste aspettati!

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Pubblicato da Re_Censo

Re_Censo è un nome inventato, gestito, prodotto e presentato da "OIRAD Studio d'Arte Grafica di Piedimonte Dario". Format di videorecensioni di libri, fumetti, manga, anime, film e telefilm.

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